Nell’ottantesimo anniversario delle “leggi razziali”

Pubblicato giorno 3 luglio 2018 - In home page

Leggi razziali

Venerdì 22 giugno, la Parrocchia di san Pierino Casa al Vescovo ha proposto una serata di riflessione e di formazione, nell’ottantesimo anniversario dall’approvazione delle “leggi razziali”, cioè dell’insieme di leggi, regolamenti, circolari ed altri atti normativi approvati in Italia dal 1938 al 1944, con finalità discriminatoria, principalmente nei confronti degli ebrei.

Sono stati il Prof. Andrea Cardone ed il Prof. Paolo Caretti, rispettivamente Ordinario ed Emerito di Diritto Costituzionale all’Università di Firenze, a presentare i punti salienti di detta legislazione, dopo che alcuni giovani dell’oratorio parrocchiale hanno letto brani del Manifesto della razza, del Regio Decreto Legge 5 settembre 1938, n. 1390 (Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista) e del Regio Decreto Legge 17 novembre 1938, n. 1728 (Provvedimenti per la difesa della razza italiana).

Il Prof. Cardone ha introdotto il tema affermando che i più nefasti abomini dell’umanità spesso sono stati preceduti da fenomeni degenerativi lenti: questo è sicuramente vero per il corpus della legislazione razziale, che ha trovato la sua premessa e la sua ossatura nella legislazione coloniale dei primi Anni Trenta.

Il Prof. Paolo Caretti, al quale era affidata la relazione centrale, ha approfondito alcuni punti della legislazione razziale.

Prima di tutto, ha fornito elementi per evitare di cadere nel luogo comune per cui la politica razziale fascista sarebbe un’imitazione dell’ideologia razzista hitleriana: infatti, occorre tener presente il nazionalismo italiano del primo ‘900, la suddetta legislazione coloniale e la cultura scientifica del periodo; a questo proposito, Caretti ha fatto notare che il Manifesto della razza si basa su dati presenti nella cultura scientifica dell’epoca, pur strumentalizzati in chiave politica.

Altro punto messo in rilievo riguarda i criteri adottati dal legislatore fascista per individuare i cittadini ebrei: l’elemento principale è quello biologico, mentre quello religioso è del tutto secondario.

Ancora, è stato fatto notare che gli ebrei italiani non si aspettavano l’approvazione di leggi pesantemente discriminatorie nei loro confronti: la maggior parte di loro aveva visto con favore l’avvento del fascismo e molti di loro erano partiti volontari per le operazioni di conquista coloniale.

Da questa ricostruzione storica, Caretti ha ricavato una riflessione sulla relazione molto stretta che esiste tra le politiche di un governo e le reazioni della società civile: in quest’ultima, come in ogni persona, ci sono pulsioni negative ed irrazionali che la politica deve tenere sotto traccia.

Infine, è stato fatto riferimento all’articolo 3 della Costituzione italiana, laddove è stabilita la pari dignità sociale e l’uguaglianza di fronte alla legge di tutti i cittadini, senza discriminazione di razza: Caretti si è detto contrario a togliere dalla Costituzione il termine “razza”, anche se le scienze biologiche oggi ci dicono che non abbiamo dati genetici diversi e, che, quindi, non ha senso parlare di differenze razziali; a suo avviso, ogni disposizione costituzionale guarda al futuro, ma funziona anche come argine al passato e, per questo motivo, può essere controproducente eliminare il riferimento alla razza.

Le conclusioni sono state affidate al vescovo Fausto, il quale, confessando la grande pena che si prova nel sentire espressa a norma di legge l’ideologia razzista, ha ricordato il Magistero della Chiesa contro la legislazione discriminatoria, ripetendo le parole di Pio XI (“Non è lecito per i cristiani prendere parte all’antisemitismo. L’antisemitismo è inammissibile. Noi siamo spiritualmente semiti”) e citando il discorso di Benedetto XVI ad Auschwitz (28 maggio 2006): “In fondo, quei criminali violenti, con l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì i criteri orientativi dell’umanità che restano validi in eterno. Se questo popolo, semplicemente con la sua esistenza, costituisce una testimonianza di quel Dio che ha parlato all’uomo e lo prende in carico, allora quel Dio doveva finalmente essere morto e il dominio appartenere soltanto all’uomo – a loro stessi che si ritenevano i forti che avevano saputo impadronirsi del mondo. Con la distruzione di Israele volevano, in fin dei conti, strappare anche la radice su cui si basa la fede cristiana, sostituendola definitivamente con la fede fatta da sé, la fede nel dominio dell’uomo, del forte”.

Il Vescovo ha concluso indicando nel criterio del valore della vita, se inteso come minore in alcune persone più fragili rispetto ad altre, il nuovo fattore di rischio “discriminazione”.

L’incontro, programmato ad inizio anno nell’ambito del progetto educativo dell’oratorio parrocchiale, con il contributo decisivo del Prof. Giovanni Tarli, è stato preceduto nei mesi passati da altri momenti di formazione (sulla figura di Aldo Moro e sulla legge statale approvata nel dicembre 2017 in materia di consenso informato, fine vita, testamento biologico e disposizioni anticipate di trattamento) ed ha registrato un’ampia partecipazione di giovani, educatori, insegnanti di religione ed adulti delle Parrocchie della zona.

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